sabato 1 giugno 2019

Le lampade d’autore Balume

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presentai progetti di Daniele Balangero.

Artista o designer? Artigiano o professore? Daniele Balangero si autodefinisce solamente un umile falegname, ma basta vedere le sue creazioni e seguire ciò che fa, per capire che dietro questo brillante trentenne c’è molto di più che un abile cultore e scultore del legno.
Daniele Balangero - BALUME

Balangero plasma il legno in maniera atipica, con la precisione e il tatto di un chirurgo, seleziona, taglia e assembla sottilissimi fogli lignei, dello spessore di soli sei decimi di millimetro, vederlo all’opera è un piacere per gli occhi. Il risultato? Suggestive volumetrie e rese cromatiche, accentuate dalla trasparenza dei piallacci, ognuno dei quali reagisce in modo diverso, quando esposto alla fonte luminosa; ebbene si, si tratta di lampade!
Balume” così si chiamano questi oggetti-scultura, un gioco di parole tra la lampada sperimentale di Livio Castiglioni “Boalum” e la prima sillaba del cognome Balangero. La famiglia Balume comprende lampade da terra, da tavolo, a sospensione e applique: caramella, brioche, margherita, e papillon sono solo alcuni dei modelli disponibili; i nomi rispecchiano a pieno l’anima amichevole e genuina di questi capolavori artigianali.
Lampada PAPILLON della collezione Balume

Creazioni che arrivano dal piccolo borgo “Tetto Turutun Sottano”, sembra uno scioglilingua, in verità è un verdeggiante paesello cuneese, incastonato fra boschi di castagno. Inizia tutto qui, quasi per caso, quando Daniele nel suo laboratorio, si trova fra le mani un vaporetto per le pulizie e inizia per gioco a piegare e modellare i legni da impiallacciatura; nasce quella sera la sua prima lampada, la prima di una lunga serie. Da quel giorno Balangero conta quasi 3000 lampade, realizzate tutte a mano e tutte lasciate a “stagionare” almeno sei mesi sotto il suo occhio vigile, tempo necessario per monitorare e prevenire le reazioni di un materiale sempre vivo come il legno, al fine di offrire la massima qualità dei pezzi.
Lampada BRIOCHE della collezione Balume

Daniele Balangero è senz’altro un esempio da seguire: un giovane italiano intraprendente che per contrastare la crisi nel settore della falegnameria, ha saputo reinventarsi nel mondo del design, proponendo senza timore le sue lampade artistiche nelle più importanti fiere di settore e online.
Oltre a ciò, Daniele continua a garantire continuità all’attività di famiglia con la falegnameria Minusiè e tramanda le sue abilità ai giovanissimi, insegnando alle scuole tecniche “San Carlo” di Boves in provincia di Cuneo.

mercoledì 1 maggio 2019

Brecce di luce

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presenta i progetti del designer Marco Stefanelli.

Nella mia vita da designer, diverse volte mi è capitato che un oggetto in legno mi stupisse, solitamente per la particolare lavorazione o un utilizzo inedito del materiale, per citarne un paio: Marteen Baas con le sue sedie in legno carbonizzato e Jeroen Verhoeven che “ha reso il legno fluido” nel il suo Cinderella Table. Marco Stefanelli ha saputo suggestionarmi senza effetti speciali, bensì con l’estrema semplicità e naturalezza dei suoi pezzi.
Il designer Marco Stefanelli e le sue Brecce

Marco è un noto e apprezzato designer torinese, che si occupa anche di grafica, suona e…tira di boxe. Brecce è uno dei suoi progetti più longevi, oggetti che da anni produce e perfeziona, pezzo unico dopo pezzo unico.
La collezione delle lampade Brecce nasce con l’esplicita volontà di creare prodotti in maniera sostenibile e responsabile. Il materiale di base proviene da sfridi, scarti di segheria, niente più che legna da ardere, ma di un’essenza particolare e diffusa anche in Italia, il Cedro dell’Himalaya ricavato da piante morte per cause naturali. Un materiale che si porta con sé una scia di misticismo, utilizzato molto in passato per le costruzioni di stampo religioso, durevole e resistente ai marciumi e ai tarli.
Dettaglio di una lampada dalla collezione Brecce

Marco seleziona attentamente questi legni, li salva dalla distruzione e dona loro nuova vita, trasformando proprio le difformità e i difetti, nei loro punti forza; da qui nascono le magiche meraviglie luminose che hanno reso celebre il designer.
Brecce - Design by Marco Stefanelli

Da ogni ceppo viene asportato un pezzo, di questo ne viene fatto un calco, per poterne riprodurre solchi e venature con della resina opalina e rimpiazzare il vuoto lasciato. Queste sezioni traspaiono come cicatrici e una volta accesa la lampada, una morbida luce si sprigiona dalla ferita del legno. Un classico interruttore avrebbe senz’altro smorzato il romanticismo dell’oggetto; per accendere le Brecce e modularne la luce non si devono quindi premere tasti, ma semplicemente carezzare la graffa metallica inchiodata nel ciocco, collegata ad un sofisticato sistema “Touch Dimmer Sense”.
Dettaglio dell'interruttore a sfioro, a forma di graffa metallica.

Le sorprese non sono finite qui, una volta accese, le lampade sprigionano anche un intenso profumo di cedro e altri piacevoli aromi, in quanto trattate con cere ed oli naturali.
Oggetti solidi e romantici, che uniscono natura e tecnologia, catturano gli sguardi ed ammaliano i sensi; non sono ninnoli da vetrina, ma complementi da vivere, da toccare e odorare, le versioni più grandi fungono addirittura da sedute o piccoli tavolini.

venerdì 1 marzo 2019

Ubu: l’appendiabiti come un totem

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presenta l’appendiabiti del designer Emiliano Bona.

Punto, linea, piano. Su questi tre enti elementari della geometria, si basa l’appendiabiti “Ubu”, una composizione apparentemente facile, che cela una realizzazione meticolosa e richiede uno specifico lavoro di finitura manuale.
Una serie di appendiabiti UBU

Ubu è un oggetto che sorprende con il fascino della sua semplicità, un piolo d’acciaio inclinato, una fascia di legno e una manciata moduli colorati; pochi elementi per infinite combinazioni. Il prodotto, come racconta il designer Emiliano Bona, deve sembrare disegnato da un bambino: “L'idea è quella di suggerire di appendere il proprio vestito su una macchia colorata, che rappresenta la natura, o meglio la nostra visione infantile di essa.”.
Appendiabiti UBU - Design by Emiliano Bona - Sbobina Design

Gli appendiabiti Ubu giocano con lo spazio senza la pretesa di imporsi, attraverso un arcobaleno di cromie e una forma primitiva, sempre simile ma diversa; un pò come fossero ingenui e divertenti “totem orizzontali”.
I moduli dai colori pastello, simboleggiano come già anticipato, la natura e i suo elementi, quali la terra, l'aria e le stagioni. Simbolico anche il nome Ubu, riferito come per altri progetti di Emilano, a personaggi letterali; in questo caso “Ubu Roi”, protagonista eccentrico dell'omonima opera di Alfred Jarry, scrittore del teatro dell'assurdo.
Il designer Emiliano Bona

La carriera di giovane designer autoproduttore, inizia per Bona nel 2012 sotto il marchio “Sbobina design”, poi assorbito da un altro brand che lo stesso creativo fonda nel 2015 insieme ad altri colleghi: ovvero “Vontree”. Con questo nome, sono oggi distribuite le sue creazioni.
La progettazione di Bona ha intrinsecamente un taglio più artistico che industriale, il creativo evita perciò volutamente la le serializzazione esasperata dei suoi pezzi, ricorrendo all’autoproduzione. Sono tutti arredi e complementi molto semplici, che in realtà potrebbero essere facilmente realizzati a livello industriale, perdendo però quel caratteristico “dettaglio imperfetto"… il segreto dell'emozionalità che risiede in questi oggetti.

venerdì 1 febbraio 2019

Una sedia da palcoscenico

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presenta Crease della designer Elena Rogna.

Elena Rogna è una giovane creativa mantovana, che si è meritata l’appellativo di “Designer dei Vip”, per le sue note collaborazioni con famosi cantanti nazionali, come Giorgia, Elisa, Laura Pausini e Nek.
A sinistra la seduta Crease, a destra la designer Elena Rogna

Ogni progetto dedicato a questi artisti rappresenta un racconto, una storia, un insieme di motivi e di emozioni, come ci racconta Elena: “La voce di ognuno ha disegnato un tratto specifico nel mio immaginario, il loro carattere ha determinato la dolcezza e la decisione dell’estetica”.
L’ultima celebrity, cliente della designer è stata Nek e per lui è stata realizzata “Crease”, una seduta che non è esagerato definire sartoriale, perché progettata su misura per il cantautore modenese, tenendo conto delle sue personali esigenze e richieste. Filippo voleva uno sgabello “mobile”, solido e leggero, da portare in giro senza difficoltà, passando da un palco all’altro, da una città all’altra, su e giù per camion e scalini, ma soprattutto funzionale, perchè Nek potesse appoggiarvisi comodamente mentre suonava la chitarra.
Un dettaglio della seduta Creade - design by Elena Rogna

Crease si può riassumere come una piega dal sapore futuristico, su una lastra d’alluminio, che sembra assecondare nel metallo, le vibrazioni della musica. Nessuno stampo, nessuna saldatura o giunzione, un oggetto monoblocco che è una sorta di prototipo, interamente plasmato a mano da abili mani artigiane. Non poteva che essere un pezzo unico, quello che ha accompagnato il cantante nel suo tour “UNICI” per tutto il 2017.
Una creazione di alto design, nata come oggetto personale, che sta oggi “crescendo” per divenire alla portata di tutti. La Crease di domani sarà in ABS, leggera, colorata e prodotta in serie e questo sarà possibile grazie alla collaborazione di Elena con il dipartimento di ingegneria meccanica dell’Università degli Studi di Brescia.
La carriera di Elena è una “storia di Design e di sudore”, perché la giovane progettista, figlia di geometra e lavoratrice instancabile non ha mai smesso di credere nei propri sogni; dopo anni di gavetta, in studi d’arredo è riuscita a laurearsi in Design e divenire Designer professionista, Professoressa, docente e mamma.

martedì 1 gennaio 2019

6 domande al designer Antonio Gardoni

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, intervista il designer Antonio Gardoni sul tema “giovani e design”

Intraprendere la strada del designer è come un viaggio spettacolare e ricco di emozioni, ma la destinazione è ignota e la strada tortuosa; lo sappiamo bene, è scritto dietro al biglietto! Stando al paragone, possiamo definire Antonio Gardoni come un esperto esploratore.
Gardoni è un architetto e designer che può vantare una consolidata ed estesa esperienza internazionale, collabora con Ron Arad, fonda uno studio a Londra e uno a Pechino, oltre ovviamente a quello in Italia. Antonio nel suo lavoro, fa leva su tutte le percezioni sensoriali e mentali dell'uomo; scrive un libro sul cibo “Food by Design”, lancia il brand di profumi custom made “Bogue-profumo”; progetta oggetti di design, così come spazi commerciali ed esperienziali. Si avvalgono della sua consulenza di Art Director, aziende del calibro di Levi’s, Google e Nike.
L'Architetto e Designer, Antonio Gardoni

Antonio, hai puntato molto all'internazionalizzazione della tua professionalità, tant'è che hai uno studio in Italia, uno in Inghilterra e ne hai avuto un altro in Cina. Quanto conta oggi intraprendere una ricerca personale all'estero per un giovane designer?
Per un giovane designer come per ogni persona è importante la curiosità, il senso d'avventura e l'amore perla scoperta, in una grande città internazionale come in un quieto paesello di montagna. La propria ricerca personale si costruisce e si sviluppa come un corso d'acqua che con infiniti tentativi trova vie nelle quali scorrere o sostare. Io ho sempre amato trovarmi a casa in luoghi molto diversi e ho tentato di costruire il mio racconto sotto cieli esotici e nostrani.
Lo studio Cinese dopo una decina di anni ha chiuso i battenti e sono rimaste relazioni di consulenza con aziende e clienti in quella parte del mondo. La mia attenzione ora è tornata a un asse più occidentale che oscilla fra Brescia e Londra. 

La tua poliedricità, ti porta ad affrontare progetti molto diversi; sembra tu non voglia conformarti ad uno stile preciso; è importante o no, ricercare e maturare un proprio stile?
Lo stile come l'eleganza è un'espressione della personalità non un operazione di marketing. Continuo ad essere convinto che la differenza la faccia il processo e il metodo di progetto che si esprime e si sviluppa in modo intelligente nell'esplorare linguaggi e forme fra i più diversi rispondendo a momenti storici, geografici e d'ispirazione. I propri interessi nella loro infinita varietà ed evoluzione trovano spazio nei nostri progetti e nel piacere di costruirli.
Essere riconoscibili non è “la situazione di partenza”, è un risultato non deciso a priori, in altro modo sarebbe un limite.

Molti dei tuoi progetti hanno un forte contenuto emotivo e culturale, quasi in contrapposizione al “freddo” mondo hi-tech. Quanto conta la creatività e quanto la tecnologia in un progetto di successo?
La tecnologia migliore è invisibile e aiuta le forme ad avere contenuto e funzione. La tecnologia resa esplicita è una sorta di pornografia che può essere molto eccitante quanto noiosa. Se un pensiero di progetto è realmente contemporaneo integra il saper fare più antico con mezzi del presente senza affidare ad un solo strumento in evoluzione tutto il suo valore.

La domanda amletica per ogni giovane designer: da dove iniziare? Un'esperienza estera? Gavetta in uno studio o presso un'azienda? Cercare visibilità attraverso web e social media?
Saper guardare e tentare di comprendere la realtà è un esercizio da fare con costanza e passione oltre che con naturalezza. Andare a zonzo fa venire molte idee e libera il pensiero. Comunicare con il mondo ci aiuta a imparare e a confrontarci con le realtà più diverse. Saper scrivere e leggere è indispensabile per costruire un racconto.

Tanti architetti sono anche designer… chi studia architettura ha forse una marcia in più?
L'intelligenza del disegno e del progetto non sempre passa dalla formazione ufficiale e dai titoli.
La scuola è una opportunità tradizionale per incontrare maestri e confrontarsi con colleghi appassionati. 
L'architettura rispetto al puro design ha forse più attitudine al confrontarsi con la realtà, implica saper leggere lo spazio e quindi tutto ciò che implica il comfort e la sensibilità.
L'Architettura è un luogo dal quale imparare storia e futuro, dovrebbe essere insegnata dalle elementari: la città è il nostro campo giochi ed è fatta di architetture; ci dà le coordinate sensibili per la progettazione e indica dove trovare piacere, felicità e comfort.

Un consiglio ai giovani designer e un consiglio alle aziende italiane?
Lavorare il meno possibile e investire nella qualità della vita attenti agli stimoli e ai piaceri che danno forma alla conoscenza e all'esperienza. Circondarsi di persone non direttamente funzionali al prodotto o al profitto e ripassare la storia di Adriano Olivetti.
Le aziende dovrebbero ricercare una qualità più concreta, che deriva anche dall'essere virtuosi a tutti i livelli; concepire il valore della differenza, partendo sempre dal presupposto dell'eccellenza.

sabato 1 dicembre 2018

Equilibrium Stool, semplicità apparente

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presenta la seduta del designer Guglielmo Poletti.

Bruno Munari si poneva spesso una domanda: “C’è davvero bisogno di un’altra sedia?”, a quanto pare si! Equilibrium Stool rappresenta una soluzione estremamente moderna, quanto divergente nel modo di progettare e concepire una seduta.
Guglielmo Poletti

Autore di questo “pezzo sperimentale” è il trentunenne Guglielmo Poletti, formatosi a Milano e specializzato alla Design Academy di Eindhoven; città olandese nella quale il designer si è stabilito in pianta stabile. Guglielmo si è recentemente distinto nel mondo del Design, ricevendo prestigiosi riconoscimenti e partecipando ad esposizioni come la Dutch Design Week, la Milano Design Week, la fiera PAD London con la Galleria Rossana Orlandi e l'Operæ PHM | Piemonte Handmade con la SEEDS London Gallery.
Equilibrium Stool - Design by Guglielmo Poletti

L’operato di Poletti si radica sull’indagine pratica, riferita ai materiali e ai loro limiti, in relazione alle nozioni di equilibrio e fragilità: conoscere la materia per plasmarla in modo funzionale. Guglielmo decostruisce strutture complesse, per poi riassemblarle con estrema semplicità, valicando gli stereotipi formali, attraverso la manipolazione dei dettagli meno convenzionali.
Così nasce lo sgabello Equilibrium, una struttura ad arco, monolitica, in contrapposizione alla curva superiore sottile, nulla di più. In realtà… molto di più! Il corpo principale è un cilindro in gomma uretanica, piegato e tenuto in tensione da una semplice corda; le sue estremità hanno superficie concava, per far presa sul pavimento e garantirne la stabilità; le medesime corde assicurano alla base la seduta, una spessa lastra calandrata, in rame.
Un dettaglio dello sgabello Equilibrium Stool

Equilibrium Stool ha nell’anima l’eleganza sobria di un arcaico sgabello giapponese e nel corpo, l’innovazione data da moderni materiali, applicati in modo inedito; un oggetto che non è passato inosservato, recentemente acquisito dal Design Museum di Gent per la sua collezione permanente.

Photo Credit Giulia Piermartiri

giovedì 1 novembre 2018

Giochi di trasparenza

Giovanni Tomasini, designer e direttore creativo di Studio7B, presenta il sofà del designer Marco Lavit Nicora.

Marco Lavit Nicora, classe 1986, italiano di nascita, francese d’adozione, si autodefinisce un architetto che fa il designer nel tempo libero; laureato in architettura all'Ecole Speciale d'Architecture di Parigi e al Royal Melbourne Institute of Technology di Melbourne. Nominato ai “Rising Talent Awards 2018” di Maison et Objet, è senz’altro fra quei giovani creativi da tenere d’occhio.
Marco Lavit Nicora

ATEM è uno dei suoi ultimi progetti che non lascia spazio al superfluo, un divanetto modulare, essenziale e geometrico in ogni dettaglio; se la Bauhaus esistesse ancora, probabilmente oggi progetterebbe così. La velata maglia metallica, quasi impalpabile è un omaggio alla trasparenza; mette a nudo l’oggetto rendendo visibile ogni elemento compositivo e ogni materiale, che oltre a definire e bilanciare l’estetica, assolvono ad una specifica funzione tecnica. Un esempio davvero mirabile nell’utilizzo della rete metallica, per il design d’arredo, come non si vedeva dal 2005 con la poltrona “hi-tech” di Piero Lissoni.
ATEM design by Marco Lavit nicora

Il divano ATEM lascia trasparire anche l’inconfondibile background di architetto del giovane Lavit; nasce da un’idea di oggetto estremamente flessibile e modulare, strutturato in maniera versatile per essere declinato in diversi materiali, fino ad una versione da esterno con telaio e maglia in acciaio inox, legno teak e cuscini in tessuto tecnico da outdoor.
Alcuni dettagli del sofà ATEM

ATEM è un progetto in edizione limitata che Marco ha sviluppato per esaltare il lato più artigianale del made in Italy, visionabile presso la galleria Niufar di Milano, dove è possibile ordinare ed acquistare l’oggetto.
Atelier Lavit è invece lo studio fondato appunto da Marco Lavit nel 2014, potrete trovarlo lì, al numero 46 di Rue Sainte Anne, a Parigi; forse... perché l’architetto globetrotter è sempre in viaggio per il mondo, impegnato su interessanti progetti, che sembrano rimettere in discussione tutti gli stereotipi dell’architettura e del design.